2019
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Eidos, rivista di cinema psiche e arti visive












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locandina PB 2018

Le misure giuste. E che sia per meticoloso progetto o per coincidenza casuale non influisce sul piacere finale. Ecco, il Premio Borgo 2018 è risultato particolarmente piacevole: una buona quanlità-quantità di partecipanti, ventisette, maggiore del solito, una notevole varietà di tecniche pittorico-illustrative, oli tempere tecniche miste gessetti legni tele carte stoffe tappi, gioco e passione, lavori proposti in una grande varietà di dimensioni. Poi, come può accadere, qualche cosa che partecipa ma non è riconducibile alla ragione. Insomma, tutto questo ha portato a un’edizione del Premio Borgo particolarmente piacevole e che ha visto un pubblico votante numeroso: 196 visitatori in dodici giorni di esposizione. E i visitatori, come la giuria, hanno avuto qualche difficoltà a scegliere il vincitore: giurati o pubblico, tutti hanno seminato il voto qua e là, ed è bastato circa il 10% dei voti per determinare il premio del pubblico e solo due voti su dieci per determinare quello della giuria. A vederla a posteriori, è la vittoria dei partecipanti e dell’iniziativa, dove i partecipanti sono tutti, sia gli autori che i visitatori. Ivana Tartarini ha confidenza con le piccole cose proprie di chi sa di sartoria, le coglie bene, con attenzione, e, precisa, le ripropone in foto: dal segno al sogno, le sue lumachine disarmate e disarmanti convivono col ferro più duro e con questo si ritrovano, assonanti, nell’armonia della spirale, la magia della curva mirabilis, la curva che domina la natura, quella minuta come l’universo infinito tutto, e la sua foto dai toni tenui si distingue e coglie il premio della Giuria. Brigitte Kratochwill dipinge su tela e sembra testimone di una insoddisfatta ricerca che raggiunge l’obiettivo a fatica, il suo scavo è un continuo sovrapporre colore e, nella proposta specifica per il Premio Borgo, è il blu il colore, un blu che, segno su segno, lascia vedere, sognare, il mare. È l’arte contemporanea lontana dalla mimesis che, inaspettata, rappresenta la realtà al meglio. Certo un blu che convince molti come convince molti il mare, un blu vivo, mai fermo, come mai fermo appunto è il mare. Tutto questo da lei che è austriaca e che, è probabile, ha conosciuto da noi quella distesa mai distesa, fremente di schiume e colore, come, nella sua proposta vincente per il pubblico, appare.
Erresse
PB 2017

La natura esperibile da un lato, l’assoluto dall’altro. Il contingente di contro all’universale, l’eterno, che ricerca le forme dell’“essere”. A un filone intimistico, che esprime e interpreta la natura ultima della realtà al di là delle sue determinazioni relative, cogliendo l’essenza delle cose, si ascrivono, le forme embrionali dell’essere umano all’interno di “In – essere” di Maria Santamaria, le fluttuanti figurette antropomorfe di “Elsewhere” di Christian Pertosa, nonché le “Intime conversazioni” di EnneEffe Nadia Frasson. In “Silenzio assordante” di Sabrina Missere, al carattere contrastante e ossimorico del titolo corrisponde la tensione delle linee diagonali, le quali, come un tessuto, ordiscono lo spazio dell’opera. Appartengono sicuramente a un filone più “naturalistico”, seppur risolto con uno stile intimo e soggettivo, “Tramonti e palme 2017” di Elena Savina, “Paesaggi (Calabria) 2017” di Alexandra Savina, “Le calle di Boltanski” di Ivana Tartarini, la ceramica di Iobea, l’opera di Lorenzo Ghimenti, “Ressemblage” di Britta Fäth e “Diptychon, Lumieres de solidarité” di Helga Maria Bonenkamp. In questi lavori, la natura non è mai frutto di una pedissequa emulazione del vero, ma è “espressione” dell’intimo sguardo dell’artista. Pur giungendo a una rappresentazione di ciò che è al di là dell'esperienza sensibile, i lavori di Paolo Brasioli “FisMetaFis chair SE17 06°”, di Gabriele Ronco e di Monica Celestino partono, invece, dal dato fenomenico per astrarlo e sospenderlo nel tempo e nello spazio, fino a renderlo imperituro, immortale. Se, inoltre, “Acqua, fonte di vita, un miraggio per molti” di Ester Giacalone Abeile e l’opera di Anna Erario posseggono un carattere più visionario, a tratti quasi surreale, gli acrilici di Marilena De Matteo, Italia Cerboni, Maria Teresa Nannerini e “La Fatascienza di Moma, Un Villaggio” di Monica Trapletti sono figli di un comune linguaggio, caratterizzato da cromie accese, in aperto dialogo con le forme geometriche pure, che realizzano immagini tendenzialmente astratte, attraverso rapporti ritmici fra luce, colore, segno e movimento. Una menzione particolare meritano, infine, i vincitori del Premio Borgo 2017. Nel lavoro di Evelyne Baly, i diversi gradienti del bleu e dell’azzurro, del rosato e del bianco, evocano una rappresentazione celestiale, in grado di travalicare i limiti della realtà sensibile e trascinarci in una “dimensione altra”, intriso di una “spiritualità laica”. Federico Heidkamp descrive per contro una realtà urbana, attraverso una trama di linee ortogonali e orizzontali realizzate con la china, parzialmente obliterate dal bruno del caffè versato sulla carta. Caffè che, in un gioco capzioso tra realtà e finzione, entra a far parte dell’opera stessa, avvolgendo, nascondendo e svelando pian piano e timidamente l’incorruttibile bellezza della Città Eterna.  
Serena Di Giovanni

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PB 2016

Settembre 2016, un Premio Borgo all’insegna de ‘Il doppio e l’altro’, alla sua quarta edizione, propone lavori tutti ben composti per tecnica e creatività. Quanto poi attinenti al tema indicato è un dubbio costante: non legheremmo il termine ‘artista’ alla possibile assenza di argini, argini che questa arte che oggi ci accompagna non segue nell’indirizzo e neppure nella tecnica, e così è anche nella proposta articolata che forma il nostro Premio. Al concorso aperto a tutti, per la prima volta partecipano stranieri: benvenuti! Due le settimane di esposizione al pubblico delle opere presso La scala d’oro, centocinquantotto i visitatori votanti e sei i giurati, due le opere vincenti: per il pubblico ‘Intime conversazioni’, fotografia di Nadia Frasson e per la giuria ‘Metamorfosi’, dipinto di Giuliana Silvestrini.
Giuliana Silvestrini, analitica nella sua matrice scientifica, propone due momenti di una ben più numerosa e articolata serie di passaggi che ha raccolto sotto il nome Metamorfosi, perché, ci dice, è ‘Ovidio sull’origine del mondo che mi ispira’: segni spontanei, un ‘tessuto grafico-caotico’, forme informi cariche d’energia, primi ‘nuclei di un processo creativo’ prodromi di un racconto pittorico. Oggettivamente una ricerca attenta come è nella natura di una biologa ben trasferita nel mondo dell’arte, così bene da ottenere consensi non solo dalla nostra giuria ma anche altrove.
Nadia Frasson è l’accuditrice, pelle sangue e saliva, è la cura che affronta l’ignoto sostenuta da tradizione e amore. Mostra la fatica della mente, che è frattura, e trattiene le parti con una salda cucitura d’altri tempi, con l’ago giusto che non lacera l’immagine e il filo giusto che rinsalda le parti: c’è l’aulico gesto del cucire, ricucire, rammendare se non ammendare o emendare delle nostre nonne. Non dimentica le bende, sempre linde ma qui nere testimoni del male a incorniciare, fasciare, la proposta. È la fotografia di oggi, non più documento ma materia base da elaborare per comunicare. Il messaggio mediato è palese e il pubblico l’ha ben ricevuto.
Due percorsi, due tecniche, due risultati, una progressione proposta con due dipinti a olio su tela da Giuliana e una progressione proposta con due foto da Nadia: anche la comunicazione visiva più statica sembra non possa tralasciare il tempo, che il cambiamento giustapposto sottintende: né l’una né l’altra delle due premiate hanno saputo sottrarsi a questo divenire che risulta una malia o uno scongiuro, forse coscienti che chi fa scienza oggi ci avverte che il tempo è cosa nostra, di noi umani, e le leggi dell’universo ne sono prive.
Erresse
PB 2015
 
Il tema che ha ispirato l’edizione 2015 del Premio Borgo è quello dell’equivoco. Equivocando è l’invito rivolto dalla galleria romana La scala d’oro agli artisti partecipanti. Si tratta in realtà di qualcosa di molto serio nella apparenza del gioco. Ma si sa che quello dell’arte è il gioco più serio. Fra le molteplici attività dell’uomo, l’arte è certamente quella che scaturisce dalla libertà e dalla volontà dell’agire umano alla ricerca del piacere, del bello sensibile e dell’intelletto. Equivocando si può intendere come un percorso, come una delle modalità creative fondata su una consapevolezza. La consapevolezza è quella del rapporto che si instaura fra l’opera d’arte e la comunicazione. La dimensione del contemporaneo è dominata dal processo della comunicazione immersiva. Si tratta in questo caso di una esperienza totalizzante, non solo per quanto riguarda la produzione dell’immagine, ma anche per quanto riguarda i comportamenti e le relazioni. L’horror vacui che la persistenza delle immagini determina, nella sensibilità e persino nei comportamenti quotidiani, fa si che lo statuto dell’immagine, moltiplicato all’infinito, produca processi identitari e fortemente omologanti. Basti pensare alle pratiche compulsive del selfie dello scambio di immagini autoreferenziali nel circuito dei mezzi di socializzazione tecnologiche. Questo infinito processo compulsivo di produzione e di scambio continuo, 24 ore al giorno, di immagini produce un effetto di omologazione e di riduzione a un senso unico linguistico comportamentale. Caratteristica del linguaggio e della ricezione artistica è piuttosto la polisemia. Detto più chiaramente, il senso poetico di una parola è quello caratterizzato dalla massima apertura di senso e di significato, la sua ricchezza polisemica. Il segno poetico, come quello artistico, è quello che non va in un’unica direzione ma che, piuttosto, si apre verso una polisemia combinatoria. In fondo possiamo dire che più l’espressione artistica “equivoca”, più essa si “apre” a possibilità interpretative ed emotive. In arte non ci sono fatti ma solo interpretazioni. Il piacere estetico risiede in questo fondo di verità. Il mero processo di comunicazione prevede il passaggio da un mittente a un destinatario attraverso segni variabili solo secondo regole che formano il codice e che sono condivise da emittente e destinatario.  questa la regola perché si soddisfi la condizione della comunicazione. La comunicazione è una dinamica interpretativa guidata dagli elementi invariabili: mittente, destinatario, messaggio, codice, canale, contesto. Su questo percorso sono impiantate anche le  funzioni diverse della comunicazione. Tra queste certamente la più imprevedibile è quella definita “poetica”. Si tratta di una funzione particolare che può essere assimilata a quella artistica . La funzione poetica venne definita da Sklovskij, negli anni Venti del Novecento, come quella che “cambia le insegne”, che sovverte le regole costituite dal mondo della comunicazione ordinaria. Anche per l’immagine vale la stessa riflessione. Una immagine artistica  è tale per la sua autonomia,  per la sua autoreferenzialità, come fa notare Wittgenstein. Solo a partire da questa consapevolezza è possibile intervenire con varianti infinite. Nessuno potrà scambiare le mele di Cézanne per le mele del supermercato o della pubblicità, proprio perché quelle mele appartengono a un codice di comunicazione il cui orizzonte è più “aperto” possibile.  Nell’universo dell’estetica diffusa e compulsiva lo statuto dell’arte è ambiguo. Esso si colloca in equilibrio nell’equazione perfetta tra arte e mondo, non si legge più differenza o trascendenza. Solo un gioco speculare con il mondo contemporaneo così come esso è. Equivocare scombina le regole della percezione. L’oggetto artistico contemporaneo può essere scambiato per un normale oggetto d’uso quotidiano , e … viceversa! Almeno da Duchamp in poi. Il gioco serio dell’arte consiste nella coscienza dell’equivoco. La velocità del contemporaneo corre il rischio della omologazione e della “sparizione del reale”. Per paradosso possiamo affermare che solo il gioco equivoco della funzione artistica può smascherare il processo di omologazione del reale e della sua comunicazione univoca. Guardare un’opera d’arte non significa identificare le relazioni stabilite fra l’oggetto e la sua rappresentazione, piuttosto si tratta di percepire le potenzialità di apertura verso il possibile che il dispositivo artistico ha messo in campo. Vedere un’opera d’arte è un“guardare attraverso”. L’invito a equivocare per “guardare attraverso” è stato accolto così dagli artisti partecipanti. 
Debora Sorrenti  con The end of beginning, La fine dell’inizio (Primo premio giuria)pone un apparente monocromo granulare giocando su un doppio equivoco:  la foto di un edificio abbandonato è ricoperta, “rivestita” dal processo pittorico. Pigmenti e resine come materiale industriale alterano la percezione  fotografica del reale. I colori, gli elementi cromatici, sono usati e percepiti come non colori pur consistendo di una molteplice varietà di sfumature. Ma l’equivoco è anche nella definizione di fine/inizio come accade per i momenti della vita. Gli elementi non figurativi compongono una figura.
Melissa Pitzalis con Rimembra (secondo premio giuria) propone una testa, una scultura in travertino. Apparentemente si tratta di una composizione figurativa nella via tradizionale. In realtà si tratta di una  forma iniziale, una scheggia simmetrica che suggerisce la forma visiva. Pietra viva con le sue porosità materiche che si assimilano alle concrezioni del corpo. Si scambiano in chiasma visivo materiale organico e  materiale inorganico, i muschi, sono materia ambigua equivoca che rimanda a una carnalità che, tuttavia, sappiamo esistere come immagine. Rimembra è gioco linguistico allude a una ricomposizione delle  membra ma anche al ricordare.
Laura Felici Conti con Orme nel deserto (premio del pubblico) esprime attraverso una figuratività decisa il gioco interpretativo fra vedere l’immagine figurativa e il dispositivo pittorico. La donna velata in realtà procede in modo equivoco: la fisicità inequivocabile del corpo è messa in questione da una eterea  dimensione del cammino. Un cammino che non lascia orme ma che è presente come segno. Il segno del  cammino risiede paradossalmente non nell’orma ma nella sua assenza, per presentificare un corpo che percepiamo solo attraverso la sua  velatura, che ci invita ad essere  “svelato” come per il mistero del suo cammino.
Dario Evola
PB 2012

(testo in fase di recupero)
PB 2011

È un premio di arte contemporanea e il contemporaneo è difficile da afferrare, da catalogare secondo tendenze, classificazioni, giudizi o interpretazioni.
Le opere esposte nella galleria “Punto Estatico”, opere che partecipano al premio Borgo 2011 a Roma, si presentano diverse l’una dall’altra. Possiamo soffermarci su un bian- co e nero con un teschio che appoggiato in basso a destra in uno spazio indistinto dialoga con un albero morto e arti- glioso, illuminato da un bagliore improvviso e “le due cose assenti” sono richiamate da un vortice muto. Anche un'altra opera sembra alludere a “cosa c’è al di là”, a “cosa ci sta sotto”: una grata di ferro traforato lascia intravedere delle immagini che sono foto in bianco e nero; il gesto del- l’alzare la grata per vedere meglio chi o cosa le immagini rappresentino è ostacolato dalla grata stessa che in modo rigido difende o imprigiona le figure sottostanti. Una messa a fuoco ulteriore coglie da dietro la grata presenze e sguardi che a propria volta chiedono di essere liberati. Un rombo-quadrato suddiviso all’interno in quattro cam- piture di colore diverso ospita in ogni riquadro, come una scrittura su differenti materiali colorati sempre lo stesso motto in greco: conosci te stesso. Sono incisioni, graffiti che nella loro essenzialità e semplicità sopportano il peso di un detto che in tutta la propria complessità vuole arri- vare a chi li sta osservando.
C’è ancora un disegno a matita che incastra in riquadri diversi natura e paesaggio (frutta – alberi – acqua – qual- che edificio – una foglia posata a terra): una natura morta dal sapore un po’ scolastico.
Anche un altro piccolo formato di un paesaggio a colori spicca per la propria naivetè. È un lavoro minuzioso, non improvvisato: si può cogliere un amore per la pittura come arte artigianale.
C’è infine un monocromo che potrebbe risultare tra tutte le opere quella più intensa, più densa ed espressiva.
Come se ci trovassimo a considerare un quadro che è un tas- sello d’intonaco grezzo bianco sporco, materico quindi, informale con tracce di spatola, granulosità e spruzzi di colo- re: il tutto bianco su bianco. Questa materia anche se potreb- be essere assimilata ad uno “scarto” è materia viva che non si presta a possibilità di raffigurazioni definibili o definite.
Si dà così come la si coglie e si coglie qualcosa dell’inconscio. lo sguardo può assorbire in modo sensibile e vibratile sia il senso di delicatezza sia il sentimento di agitazione ed inquietudine. Non siamo obbligati ad inter- pretare: l’opera funziona “così come è”.
Dentro l’opacità fisica del monocromo possiamo avvertire leggerezza ed evocatività.
Leonardo Albrigo